Giovanni Martini - Tenere Fuori, Lasciar Passare: Non c'è oltre senza confine (2026)

Il 4 marzo 1916, a Sankt Johann im Pongau, una donna di trentaquattro anni riceve un passaporto che le serve per muoversi dentro il paese di cui è suddita. Sul documento porta il cognome del marito e il mestiere del marito; di suo ci sono la fotografia, la firma e il colore dei capelli. È la nonna dell'autore, e da quelle sedici pagine parte un libro che sale di scala: dal bordo di una cellula, che il vivente si fabbrica da sé, alla porta di una casa, che separa e collega con lo stesso gesto; dalla linea di uno Stato al muro, cioè al confine da cui è sparito uno dei due soggetti. Maturana e Varela mostrano che nessun vivente esiste senza un bordo che sceglie, e che chiuso non vuol dire isolato. Simmel scopre che la parete è muta e la porta parla. Kant fonda il diritto di visita sulla forma della Terra, che è una sfera e non ha un fuori. Shulgi, re di Ur, fa scrivere negli annali «l'anno in cui il Muro del Paese fu costruito» esattamente dove smettono le vittorie, e quattromila anni dopo Wendy Brown dirà che i muri sono il segno degli Stati che non controllano più niente. Il sistema a punti assegna a chi arriva un punteggio che cambia da solo mentre lui aspetta. La tesi non è che i confini siano buoni: è che siano necessari, e che esserlo non basta a renderli giusti. Senza confine non c'è niente da attraversare; con il confine sbagliato non si attraversa più.