Manlio Sgalambro - La morte del sole (1996)
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Manlio Sgalambro
La morte del sole
1996 | EPUB | 0.4 MB
In questo libro parla un filosofo di cui non sapremo fino all'ultimo a quale 'scuola' appartenga. Ma subito percepiamo il suo timbro: è un pensiero che ci offre il suo stile prima ancora dei suoi concetti. Vagando fra gli imponenti relitti della storia della filosofia, Sgalambro risale alla celebrata conversione del «vero» nel «certo», che si compie con Descartes - e, con freddezza protocollare, riconosce nei passi successivi la graduale cancellazione dell'«unilateralità scandalosa del vero». Insieme al «vero», nel suo baldanzoso avanzare, la filosofia progressiva tendeva a sbarazzarsi del «mondo», in quanto origine di quel terrore da cui la filosofia era nata e che ormai la macchiava soltanto. La transizione dall'illuminismo all'idealismo appare allora come il passaggio da un tentativo di guardare il mondo senza terrore a una risoluzione di abolire il mondo stesso, mentre il terrore intanto continua a crescere. La «prassi» infatti - ora adorata come un tempo l'Uno - non riesce a nascondere la visione che, a poco a poco, la scienza svela: quella dell'universo disincantato come di un immane mostro, acefalo e caotico, avvicinabile soltanto nell'ostile linguaggio dei numeri. Da allora, scrive Sgalambro, il «lutto matematico» avvolge le cose. Così sì sviluppa, nella seconda metà dell'Ottocento, l'ossessione della «morte del sole», condannato dalla termodinamica, «spietata erede dei problemi della 'salvezza'». La morte termica prende il posto dell'eschaton redentore. Il fantasma del sole in agonia si avventa da un futuro cosmico sul secolo della civiltà trionfante e lo paralizza in un tableau vivant della catastrofe. Per Sgalambro, questo quadro diventa lo sfondo di un magistrale tentativo di morfologia della décadence. Il suo è un procedere per incursioni rapidissime, non solo fra le grandi ombre di Kant, di Spinoza, di Schopenhauer, «voce dell'ultima filosofia cosmologica dell'occidente», ma in tutto il frastagliato terrain vague del moderno, dove troviamo - quali altrettanti guardiani della soglia - Poe e Proust, Warburg e Simmel, Benn e Spengler. Sulle loro pagine, come su una Vanitas ingombra di oggetti abbandonati e lucenti, si posa lo sguardo complice dell'allegorista saturnino. Mentre con asprezza, con staffilante sarcasmo Sgalambro osserva il motore indefesso del nostro mondo, la macchina anonima di un «pensiero, che da quando è il più reale - in quanto fare, creare, produrre - non ha più realtà» e oggi assiste alla più desolata delle scene: non già alla deprecata 'crisi dei valori', ma al loro squallido realizzarsi. A quel pensiero si contrappone, prima ancora che un pensiero avverso, un'altra percezione: quella del Roderick Usher di Poe, immagine di coloro «ai quali qualcosa di improvviso ha restituito il senso della realtà» e nell'indistinto fruscio della città mondiale odono l'eco del rumore originario: «la filosofia moderna ha inizio col dubbio, ma la filosofia eterna ha inizio col terrore».
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Questo contenuto appartiene alla categori Saggistica e Manuali ed è stato aggiunto il 3-05-2022, 20:26. Oltre il Paradiso.
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